Nella fase dei saggi delle prime Upanishad, la coscienza si trova a contatto del vertice della sua salute e compattezza. Il suo Io è atto in atto (per dirla con Gentile), non ancora ridotto a oggetto, a un “me”. Il saggio non deve “riparare” un io spezzato; la sua coscienza è talmente integra da far esperienza di sé come Atman e poter guardare l’ahamkara (il processo che porta la coscienza trascendentale a identificarsi con le contingenze) dall’alto, senza farsi trascinare da esso. È una partenza da una posizione di forza. Il brahmavid (il conoscitore del brahman) non cerca un rifugio dal mondo con lo scopo di non esserne ferito; egli è lo sfondo del mondo. Il desiderio di figli, ricchezze o onori cade da sé semplicemente perché l’integrità dell’atman non patisce alcuna mancanza.
Se nell’antica India dei Veda troviamo espressioni di accesso diretto all’illimitato della mente che amplia se medesima col meditare su di esso, come nel Gayatri Mantra, ancora nelle prime Upanishad, i saggi non partono da una condizione di frammentazione, di debolezza, di colpa o di ansia da riparare. La loro coscienza di sè è trascendentale rispetto alle singole esperienze, ai singoli vissuti (emozioni, desideri, timori, reazioni) – rispetto all’ahamkara, ossia alla distorsione mentale che ci identifica con essi e ci suddivide tra essi. Il saggio upanishadico sente se stesso come autocoscienza trascendentale rispetto alle singole esperienze e relazioni, che egli vive come periferiche, transienti – mentre in esse l’uomo successivo si cala, identificandosi, quindi si frammenta: coscienza samsarica.
Nelle prime Upanishad, l’Atman non è l’anima individuale nel senso psicologico o confessionale occidentale (l’ego, la personalità, il groviglio di memorie e desideri), ma l’Io quale principio coscienziale puro, inoggettivabile e universale che risiede nel nucleo più profondo di ogni essere, però anche comune a tutti gli esseri: l’Atman.
Il presupposto fondamentale di questa visione si articola su alcuni punti cardine:
· Identità Assoluta (Tat Tvam Asi): Il nucleo dell’insegnamento è l’equazione identitaria tra l’Atman (l’Io interiore) e il Brahman (l’Assoluto, la realtà oggettiva ultima). Conoscere l’Atman significa riconoscere che la distinzione tra soggetto e oggetto è un’illusione ottica della mente.
· L’Inoggettivabilità (Neti Neti): L’Atman, l’Io non può essere conosciuto come si conosce un oggetto del mondo. Non è un oggetto, ma puro atto coscienziale. E per questa ragione è scorretto tradurre, in questo contesto, “Atman” con “il Sé”: il sé è oggetto o termine relazionale della cognizione. Nella Brihadaranyaka Upanishad, il saggio Yajnavalkya spiega che l’Io (atto coscienziale puro) è il Veggente che non può essere visto, l’Ascoltatore che non può essere ascoltato. Non lo si può definire se non per via negativa: “non questo, non quello” (neti, neti). È il testimone puro (sakshin), lo sfondo immobile su cui scorrono i fenomeni. Finché l’uomo si identifica con il piccolo “io” (ahamkara), rimane schiacciato dal peso delle azioni (karma) e dal timore del fallimento. Ma quando la coscienza si ridesta alla propria natura di Atman, scopre di essere immutabile, non soggetta a nascita, morte o mutamento. L’azione che ne consegue non sorge più dal desiderio egoico, ma diventa un riflesso impersonale dell’ordine cosmico.
Per capire questa postura upanishadica, immaginiamo di essere seduti a teatro. Sul palcoscenico va in scena un dramma: ci sono scene di guerra, di paura, di passione e di perdita. L’errore che l’essere umano commette di solito è quello di dimenticare di essere seduto in platea; salta sul palco, si identifica con gli attori, soffre e trema per la sorte del dato personaggio, vorrebbe trattenerlo sul palcoscenico… L’uomo delle Upanishad, invece, non sale sul palcoscenico. Egli rimane fermo perché è cosciente di essere il teatro. Guarda la propria personalità contingente, il proprio ego coi suoi ruoli sociali, in tutti i suoi momenti storici, con i suoi successi e i suoi terrori, e sente di essere altro da tutto quel “film”, da quei personaggi che roteano intorno a lui. Il personaggio è solo uno strumento periferico; il vero Sé (Atman) è lo spazio immobile, cosciente e infinito che permette al dramma di girare all’infinito.
Chi vive in questo stato di coscienza non sperimenta la mancanza. Non ha bisogno di accumulare oggetti, di rincorrere onori o di cercare conferme negli altri per sentirsi completo, perché si sente già identico alla realtà ultima, al Brahman: aham brahasmi. Di niente ha perciò bisogno. La morte è per lui la cessazione delle relazioni dualistiche, ossia un risveglio.
Marco Della Luna
