LA MENTE HA LE SUE ERE – LA VERA “CADUTA” E’ QUELLA DELLA COSCIENZA

Ricostituire l’unità

In consonanza con l’anticamente diffusa concezione delle quattro età (oro, argento, bronzo, ferro) di progressiva decadenza del mondo e dell’uomo, pare che le fonti esoteriche, cioè quelle che si occupano in senso lato dell’escatologia umana, dagli antichissimi Veda, alle Upanishad, e giù giù fino alla Bhagavadgita in India e agli Evangeli nel Vicino Oriente, testimonino le tappe del declino della coscienza. Ma la nostra audace disamina odierna ci dischiuderà la via della risalita.

Di fronte alla vertigine dell’esistenza, al peso delle responsabilità e alla paura della morte, l’essere umano ha sempre cercato un centro di gravità permanente, un ubi consistam interiore, un nucleo ultimo della repetitio sui (per dirla con Lucrezio), ossia della continuazione del sé personale, o più propriamente del ‘me’. Ma se guardiamo la storia dei grandi percorsi interiori dell’umanità, ci accorgiamo che essi non tracciano una linea retta verso un compimento, bensì un ramo discendente di parabola. È la storia di una progressiva perdita di forza originaria e centralità della coscienza di sé, che di epoca in epoca ha dovuto inventare strategie sempre più esterne per difendersi dal caos frammentante e ritrovare la propria unità.

Questa parabola si articola in tre grandi tappe: la via della Regalità Metafisica, la via della Chirurgia Mentale e la via del Soccorso Affettivo. Tre architetture della mente che non sono fossili del passato, ma tre posture che ognuno di noi assume ancora oggi quando si trova di fronte a un compito troppo grande. Tre architetture intersecate da pratiche rituali e liturgiche diverse. una traiettoria di progressivo irrigidimento e frammentazione dell’esperienza umana, leggendo la storia della spiritualità non come un’evoluzione lineare verso il meglio, ma come una traiettoria di graduale perdita di centralità e di potenza della coscienza originaria nella progressiva reificazione del sé.

Se decodifichiamo questa parabola secondo la sua chiave di lettura, assistiamo al progressivo ridursi della padronanza interiore dell’uomo, che passa dall’autarchia metafisica alla necessità di una protesi trascendente a se stesso.

Cominciamo dal principio: l’introduzione deve agganciare il lettore non con una lezione di storia delle religioni, ma mettendolo di fronte allo specchio della propria condizione interiore.

La Vetta vedica. Età dell’Oro

La coscienza del saggio vedico (il Rishi, letteralmente “colui che vede”) non appare come un’attività intellettuale o un’introspezione psicologica nel senso moderno, ma come uno stato di percezione pura, espansa e unificata. Dai testi della letteratura vedica emergono alcune caratteristiche fondamentali di questa forma di coscienza:

La coscienza è “Visione” (drishti) identificante: il saggio non inferisce né deduce la verità, ma la vede. La coscienza vedica è purificata al punto da diventare uno specchio limpido in grado di cogliere direttamente le leggi cosmiche (Rita) e la struttura profonda della realtà. I sogni, le intuizioni e la veglia si fondono in una vigilanza costante che supera la dualità tra l’osservatore e l’osservato. Nella coscienza del Rishi, il microcosmo (l’individuo, atman) e il macrocosmo (l’universo, brahman) non sono separati. Capire la propria coscienza significava comprendere la trama stessa del cosmo. Le divinità vediche (Deva) come Agni (il fuoco) o Indra (la forza/illuminazione) non erano entità esterne, ma funzioni e intensità della coscienza stessa che il saggio ridestava in sé attraverso il rituale e la meditazione. Per il saggio vedico, la coscienza è intrinsecamente legata alla parola sacra, vāc (medesima radice di voc-s). La realtà è vibrazione. Lo stato di coscienza del Rishi gli permetteva di udire il suono primordiale del cosmo (da qui il termine Shruti, “ciò che è udito”) e di tradurlo nei versi dei Veda. La mente è un canale, non la sorgente dei pensieri.

Sebbene formalizzato in modo più sistematico nelle successive Upanishad, nei Veda si rintraccia già l’esperienza di una coscienza che va oltre i tre stati ordinari (veglia, sogno, sonno profondo). È uno stato di testimonianza pura, immutabile, descritto spesso come pura luce (jyoti) o beatitudine sommo-esperienziale. In sintesi, la coscienza vedica è una coscienza partecipativa e cosmica: il saggio non percepiva un “me” come un’isola separata dal mondo, ma come il punto in cui l’universo diventava cosciente di se stesso attraverso l’atto del riconoscimento e della lode.

Marco Della Luna