Scendendo di un gradino lungo la parabola, la coscienza dell’essere umano saggio, cioè ancora capace di illuminarsi, parte da più in basso, essendo caduta nelle contingenze. Persa la collocazione alta, trascendentale, dell’autocoscienza, la vita è cambiata: la coscienza non è più trascendentale e unitaria, ma è discesa sotto l’orizzonte delle contingenze, essendosi identificata con esse e dispera attaccandosi a ciascuna di esse – vuoi coi legami del desiderio, vuoi con quelle della repulsione. Il vissuto del sé è segnato da conflitti sociali, ambizioni commerciali e scollamento dalle radici perenni. La mente dell’uomo è dispersa, distratta, frammentata, stiracchiata e costantemente impigliata nella rete dei desideri, delle ansie e degli attaccamenti quotidiani.
L’uomo di questa nuova epoca non ha più la forza per fare il vedico accesso diretto all’infinito, né può semplicemente “ricordarsi”, upanishadicamente (o gnosticamente), di essere il brahman (agnizione). Quando prova a farlo, viene immediatamente risucchiato sul palcoscenico dalle sue stesse nevrosi.
È a questo punto che interviene la rivoluzione del Buddha, nella tradizione Theravāda. Non potendo più agire da sovrano, l’uomo decide di agire da scienziato e da chirurgo di se stesso. Invece di cercare un’anima immortale o un rifugio metafisico, prende quel blocco monolitico e pesante che chiama “io” — quello che non è più l’atman trascendentale upanishadico ma piuttosto il “me” contingente, oggettivato – un aggregato -, e che si sente schiacciare dalle responsabilità, e inizia a smontarlo pezzo per pezzo sul tavolo operatorio della propria attenzione, fino a realizzare la liberatoria verità dell’anatman: l’io, l’atman (questo atman, non quello upanishadico), è un aggregato temporaneo, mutevole, che illusoriamente viviamo e pensiamo come la nostra essenza. Ciò che viene smontato è precisamente quest’aggregato, quest’illusorio sentire e credere.
Immaginiamo di trovarci di fronte a un meccanismo complesso e impazzito, come un orologio i cui ingranaggi girano a vuoto creando un rumore insopportabile. Il chirurgo mentale non cerca di fuggire dall’orologio, ma isola ogni singola componente attraverso l’osservazione profonda (Vipassanā). Guarda un’ansia o un desiderio e dice: “Questo è solo un battito cardiaco accelerato, una sensazione fisica transitoria”. Guarda un pensiero di fallimento e dice: “Questa è solo una formula linguistica che sorge e svanisce, non sono io”.
Non potendo più balzare direttamente nell’Atman, l’asceta deve compiere un lavoro clinico, di scomposizione. Deve prima prendere atto della propria frammentazione (“questo io è vuoto, impermanente”), per poi isolare e recidere i singoli fili delle identificazioni ahamkariche tramite la presenza mentale (sati). Solo dopo questa rigorosa igiene fenomenologica, attraverso gli stati di assorbimento (jhāna) e la purificazione della facoltà discriminante (buddhi), egli riesce a ricomporre un’unità coscienziale. Quindi questa non è più un’evidenza ontologica originaria, ma il frutto di una disciplina terapeutica.
Attraverso questa rigorosa igiene fenomenologica, l’asceta realizza l’Anatman: la verità che quel “me” che soffre è in realtà vuoto, privo di un nucleo fisso ed eterno, un semplice flusso di processi biologici e mentali temporanei. Smontando le singole identificazioni che lo tengono prigioniero, l’uomo recupera la propria unità e la propria calma profonda (dhyana / buddhi). Non si tratta più di un dono ontologico originario, ma del risultato di una disciplina terapeutica straordinariamente raffinata. Il peso del compito si dissolve non perché l’uomo sia diventato un gigante, ma perché ha compreso che non esiste alcun “me” o Io empirico fisso su cui quel peso possa fare pressione.
Se l’Upanishad risolve la vertigine dell’esistenza scoprendo un fondamento assoluto, il Buddha la risolve destrutturando l’idea stessa di fondamento. Il saggio dell’epoca del Buddha ha già perso questa immediata, regale percezione di unità. La sua coscienza si scopre dispersa, impigliata nella rete molecolare dei desideri, delle nevrosi urbane e degli attaccamenti. L’unità non è più un dato di partenza, ma una conquista. Però questo saggio conserva la capacità di operare attivamente su quei legami, di osservarli da fuori, per recuperarla.
Il nirvana non è la fine di tutto e della coscienza. Il Buddha promette non solo la fine di dhukka, cioè del malessere, ma anche la liberazione dalla mortalità. L’esperienza della morte è data dal nostro identificarci con gli oggetti transeunti – e non lasciarli andare: un processo involontario e inconscio, innescato dal desiderio; il Buddha insegna a sciogliere queste identificazioni e a fermare il processo che le genera, facendolo emergere alla coscienza, alla buddhi (intelletto superiore), che permane nel nirvana come bodhi (coscienza di risveglio).
Il Confronto: Atman/Anatman e le pratiche Theravāda
Per comprendere l’evoluzione, occorre mappare i concetti di Sé lungo questa linea di faglia filosofica:
| Dimensione | Prospettiva Upanishadica | Prospettiva Buddhista Theravāda |
| Il “Piccolo atman” (Contingente) | L’Ahamkara (il senso dell’Io, l’ego), un’illusione ottica o una sovrapposizione (adhyasa) che vela il vero Sé. | Una costruzione dinamica, priva di nucleo stanziale, prodotta dall’aggregazione temporanea di cinque fattori (Skandha). |
| Il “Grande Atman” (Trascendentale) | L’Atman, la sostanza metafisica ultima, eterna, cosciente, identica all’Assoluto (Brahman). | Anatman (o Anattā in pāli): la non-esistenza di qualsiasi sé o sostanza permanente, sia essa individuale, cosmica o trascendentale. |
| La Pratica (Sadhana) | Jnana/Meditazione: Intellettiva e contemplativa. Discernere il Sé dal non-Sé per riassorbire la goccia nell’oceano (“Io sono Brahman”). | Vipassanā (Visione Profonda) & Mindfulness (Sati): Fenomenologica e analitica. Decomporre l’esperienza in tempo reale per vedere che ogni cosa è transitoria (Anicca), insoddisfacente (Dukkha) e priva di sé (Anattā). |
Nel Buddhismo Theravāda, la liberazione non avviene immedesimandosi con un Testimone eterno, ma realizzando che perfino la coscienza testimone è un processo condizionato, che sorge e svanisce momento per momento. Il Nibbāna (Nirvana) non è l’unione con il Tutto, ma l’estinzione dei fuochi dell’attaccamento, dell’avversione e dell’illusione. Poi… si vedrà.
Il Mutamento della Struttura di Coscienza
Questo confronto suggerisce una mutazione profonda nella postura psicologica e strutturale dell’uomo asiatico tra l’VIII e il V secolo a.C., un passaggio che possiamo riassumere in tre grandi vettori:
-Dalla Sostanza (ente, cosa, individuo) al Processo (la destrutturazione dell’Ontologia). L’uomo upanishadico vive ancora in una coscienza autosufficiente. Dopo il crollo del vecchio mondo rituale vedico, egli trova rifugio in una fortezza metafisica incrollabile: l’Atman. La sua coscienza si struttura attorno al concetto di Essere. L’uomo dell’epoca del Buddha (l’epoca delle prime grandi urbanizzazioni della valle del Gange, del commercio, della crisi dei clan e delle guerre tra i primi regni) sperimenta una fluidità storica e sociale senza precedenti. Il Buddha traduce questa esperienza in una metafisica del Divenire e del processo. La coscienza si emancipa dal bisogno di “poggiare” su una sostanza. Diventa una coscienza disincantata, capace di reggere il vuoto di un fondamento.
-Dalla Rivelazione all’Epistemologia Critica. Nelle Upanishad, sebbene l’indagine sia interiore, la verità ha ancora il sapore di una rivelazione sacra o di un’intuizione mistica folgorante riservata a pochi eletti in contesti esoterici. Con il Buddhismo, la struttura di coscienza si fa scientifica, empirica e psicologica. Il Buddha opera come un medico o uno scienziato della mente: non chiede di credere all’Atman, ma di osservare i fatti. C’è uno spostamento monumentale dall’ontologia (ciò che è) all’epistemologia (come conosciamo e come reagiamo a ciò che accade). La coscienza diventa squisitamente riflessiva e auto-analitica.
–Dalla Trascendenza alla Radicale Immanenza. L’uomo upanishadico, restando consapevolmente nella coscienza trascendentale. L’uomo del buddhismo antico si salva guardando dentro la frammentarietà del qui e ora. La pratica della Vipassanā costringe la coscienza a non cercare rifugi metafisici di fronte al dolore o al compito arduo, ma a “smontare” il dolore stesso nelle sue componenti fisiche e mentali. Se non c’è un io a soffrire o bramare, il peso svanisce assieme al malessere e alla morte.
Che cosa suggerisce oggi questo passaggio?
Questo mutamento strutturale suggerisce che esistono due modi diversi, ma straordinariamente raffinati, per curare la vertigine dell’esistenza e dell’azione:
Il primo (Upanishad) consiste nell’espandersi fino a comprendere che il peso che avvertiamo non è nostro, perché noi siamo lo sfondo immobile e regale su cui la storia si dipana. Il secondo (buddhismo) consiste nel rimpicciolirsi fino a svanire, comprendendo che il blocco monolitico che chiamiamo “io” — quello che si sente mancare di fronte al compito — è in realtà un flusso di pensieri, sensazioni e funzioni passeggeri. Se quel blocco viene fluidificato, non c’è più alcuna superficie d’impatto su cui il peso del mondo possa fare pressione.
Nel contesto di un compito tanto elevato, la transizione buddhista insegna l’arte della decompressione: non occorre essere dei Titani metafisici per reggere il peso; basta non opporre la resistenza di un ego rigido, lasciando che le azioni scorrano come processi necessari, un atomo di esperienza alla volta.
Marco Della Luna
